martedì 8 novembre 2011
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giovedì 28 aprile 2011
FABER, AMICO FRAGILE…GENOVA 12 MARZO 2000 “Tributo a Fabrizio De Andrè”
FABER, AMICO FRAGILE…GENOVA 12 MARZO 2000 “Tributo a Fabrizio De Andrè”
Siamo al punto nodale in materia di censura, avendo stavolta un chiaro motivo per incenerirla, l’impegno a rafforzare una figura di cantastorie già di suo stratosferica, paradossalmente richiusa in tutto quello che c’è da rifare. Notare la cura e l’attenzione per la catalogatura delle interpretazioni, come se dessero speranza allo spettatore di riversarsi in pace, in un flusso di artisti uniti dal sacro vincolo dell’amicizia (anche s’esigo da più di una decina d’anni a questa parte la giustificazione per l’assenza di De Gregori). Davvero impossibile non riconoscere la circostanza eccezionalmente commemorativa, non vederla portare addosso un carico di poesia civile in doppio cd/live elevato al valore, insostituibile, di positiva territorialità, per vincere in casa propria le paure del sopravvissuto che tra vino, amore e anarchia crede fervidamente di custodire un dramma come un tesoro, elasticizzato dalla sorte ingerita per sognare il momento a portata di mano, come se crepare e creare un centro di continua traduzione dell’Infinito volessero dire la stessa cosa. Sulla base orchestrale, l’evento coniuga quasi per gioco il Tempo e l’Anima, festeggiando per la Vita come se donassi al pubblico uno strumento per comprendersi (“Ho visto Nina volare” nella versione di Zucchero n’è l’esempio), col metro di giudizio applicato ad una sperimentazione percettiva fuori dal comune, d’irraggiungibile nenia dacché aperta alla consacrazione popolare, atteso l’Oltre dalla ridondanza di un accordo di chitarra classica. Qui ti appassioni al platonico fottersi, al susseguirsi della morte di una bestia in calore, in fondo al sacco della spazzatura, preferendo di perdonare pur sempre il Domani che però è già andato perso svuotandoti di contro per il “se così fosse, se così si decidesse” (vibrante è dir poco sull’apporto di V.Rossi), in un lampo di favore, ma critico con la maggioranza che non considera alcuna libertà come riforma epocale. Ampio risalto dunque al gusto di vedersi arrabbiati, sputtanato dall’analisi continua di fenomeni socio/culturali attenuati pensando da colpo basso alla sentenza che arriva comunque, legata a interessi personali rispettabili se chiedi un talento nell’arrivare in fondo, fino a emarginarti, al cuore della notte, per fare i conti con la pubblica amministrazione dormendo in un cimitero all’ora di punta, a forza di sbeffeggiare l’allegria episodica nell’aria con un rock vivace ma non troppo, da creatura prestabile al clamore della materia quand’essa è intoccabile, attaccabile. De Andrè viene musicato camminando sulle corde tese di un’assenza climatica suggellata dallo smistamento delle partiture su una voce che non offre colpi di scena, anticipante la realtà incastonata tra noia e meraviglia, per annunci di brevità, in forma priva di strategia, quasi costretto a mandare affanculo il principio della correzione comportamentale che invita a osservare sulla base di quanto si ascolta per la costituzione ad hoc della personalità. Risulta incredibile l’attività diplomatica sospesa in nessun potere di pregiudizio, in ricordi non detti da sé a evidenziare un’immediatezza suggestivamente rapace per l’abitudine di coinvolgere pecore all’ammasso, all’autenticità impiantistica del palco che induce alla messa in ginocchio…sarà piuttosto il potere della retorica ad alleviare la pressione della natura delle cose sulla rivendicazione delle convenzioni, in una concordia di successi che ritaglia gesti complessi, quelli che si danno per scontato, non vedendo dove stai e quale legge rappresenti nella nuda occasione d’incontrarsi che annulla le distanze caratteriali, giacché le anomalie di un rilascio di diritto hanno l’effetto scisso dalla causa che va avanti perché non inventato di sana pianta. Semmai ci sarebbero le parole da memorizzare obbligatoriamente (che figuraccia quella di Celentano!), in lacrime di Battiato calanti a interrompere le rivisitazioni tutt’altro che generiche del merito di sciogliersi in una dichiarazione di fede, d’uguaglianza stupefacente, talmente bella da illudersi tra selezione, acculturamento e preparazione in nome di un’idea di autocontrollo che viene meno per culo e non per sfiga, come degno amplesso nell’opinione pubblica.
Vincenzo Calò
voto: 8,5/10
(Bmg/Fondazione De Andrè)
Siamo al punto nodale in materia di censura, avendo stavolta un chiaro motivo per incenerirla, l’impegno a rafforzare una figura di cantastorie già di suo stratosferica, paradossalmente richiusa in tutto quello che c’è da rifare. Notare la cura e l’attenzione per la catalogatura delle interpretazioni, come se dessero speranza allo spettatore di riversarsi in pace, in un flusso di artisti uniti dal sacro vincolo dell’amicizia (anche s’esigo da più di una decina d’anni a questa parte la giustificazione per l’assenza di De Gregori). Davvero impossibile non riconoscere la circostanza eccezionalmente commemorativa, non vederla portare addosso un carico di poesia civile in doppio cd/live elevato al valore, insostituibile, di positiva territorialità, per vincere in casa propria le paure del sopravvissuto che tra vino, amore e anarchia crede fervidamente di custodire un dramma come un tesoro, elasticizzato dalla sorte ingerita per sognare il momento a portata di mano, come se crepare e creare un centro di continua traduzione dell’Infinito volessero dire la stessa cosa. Sulla base orchestrale, l’evento coniuga quasi per gioco il Tempo e l’Anima, festeggiando per la Vita come se donassi al pubblico uno strumento per comprendersi (“Ho visto Nina volare” nella versione di Zucchero n’è l’esempio), col metro di giudizio applicato ad una sperimentazione percettiva fuori dal comune, d’irraggiungibile nenia dacché aperta alla consacrazione popolare, atteso l’Oltre dalla ridondanza di un accordo di chitarra classica. Qui ti appassioni al platonico fottersi, al susseguirsi della morte di una bestia in calore, in fondo al sacco della spazzatura, preferendo di perdonare pur sempre il Domani che però è già andato perso svuotandoti di contro per il “se così fosse, se così si decidesse” (vibrante è dir poco sull’apporto di V.Rossi), in un lampo di favore, ma critico con la maggioranza che non considera alcuna libertà come riforma epocale. Ampio risalto dunque al gusto di vedersi arrabbiati, sputtanato dall’analisi continua di fenomeni socio/culturali attenuati pensando da colpo basso alla sentenza che arriva comunque, legata a interessi personali rispettabili se chiedi un talento nell’arrivare in fondo, fino a emarginarti, al cuore della notte, per fare i conti con la pubblica amministrazione dormendo in un cimitero all’ora di punta, a forza di sbeffeggiare l’allegria episodica nell’aria con un rock vivace ma non troppo, da creatura prestabile al clamore della materia quand’essa è intoccabile, attaccabile. De Andrè viene musicato camminando sulle corde tese di un’assenza climatica suggellata dallo smistamento delle partiture su una voce che non offre colpi di scena, anticipante la realtà incastonata tra noia e meraviglia, per annunci di brevità, in forma priva di strategia, quasi costretto a mandare affanculo il principio della correzione comportamentale che invita a osservare sulla base di quanto si ascolta per la costituzione ad hoc della personalità. Risulta incredibile l’attività diplomatica sospesa in nessun potere di pregiudizio, in ricordi non detti da sé a evidenziare un’immediatezza suggestivamente rapace per l’abitudine di coinvolgere pecore all’ammasso, all’autenticità impiantistica del palco che induce alla messa in ginocchio…sarà piuttosto il potere della retorica ad alleviare la pressione della natura delle cose sulla rivendicazione delle convenzioni, in una concordia di successi che ritaglia gesti complessi, quelli che si danno per scontato, non vedendo dove stai e quale legge rappresenti nella nuda occasione d’incontrarsi che annulla le distanze caratteriali, giacché le anomalie di un rilascio di diritto hanno l’effetto scisso dalla causa che va avanti perché non inventato di sana pianta. Semmai ci sarebbero le parole da memorizzare obbligatoriamente (che figuraccia quella di Celentano!), in lacrime di Battiato calanti a interrompere le rivisitazioni tutt’altro che generiche del merito di sciogliersi in una dichiarazione di fede, d’uguaglianza stupefacente, talmente bella da illudersi tra selezione, acculturamento e preparazione in nome di un’idea di autocontrollo che viene meno per culo e non per sfiga, come degno amplesso nell’opinione pubblica.
Vincenzo Calò
voto: 8,5/10
(Bmg/Fondazione De Andrè)
INTERVISTA A FEDERICO CIMINI
INTERVISTA A FEDERICO CIMINI
Cosa c'è da capire subito per vagare senza farsi male musicalmente parlando?
La musica è un percorso intrinseco in ognuno di noi: c'è sempre, volenti o nolenti, e ci accompagna in ogni fase della nostra vita. Non credo che ci si possa far del male musicalmente parlando perché noi siamo portati a scegliere quello che ci piace e portarlo avanti; ci lasciamo trasportare da una musica sempre presente ma che sotto sotto scegliamo noi, ci da sicurezza.
Credi che il sistema discografico non è perfetto perché si agisce più da "produttori di sé stessi" che da "autori per gli altri"?
Il sistema discografico funziona nel momento in cui un autore si mette a ragionare su sé stesso, sul messaggio che vuole dare e sulla forma migliore per fare arrivare questo messaggio. Inteso così il sistema discografico dipende dall'impostazione dell'artista. Se un cantautore si affida ad un produttore che decide per lui (cosa che avviene nelle "major"), deve avere la consapevolezza di farlo a suo rischio e pericolo perché un produttore può sapere le tecniche artistiche e comunicative ma se avrai fortuna sarà solo una gran botta di culo che ti farà fare successo per qualche settimana, se invece di mezzo c'è un apparato musicale che pone come principale obiettivo il messaggio e non il target, l'arte e non il successo, il "dare forma" e non il prodotto, allora, secondo me, uscirà fuori un bel lavoro.
Con la tua formazione artistica puoi essere libero di...?
Di tutto. Intanto credo di essere cantautore per me stesso. Il fatto di far ascoltare i miei brani alla gente deriva dalla necessità di dire la mia al "mondo", uno sfogo. Alla base resta il fatto che io scrivo perché la scrittura, che è un prodotto del pensiero, è la più grande forma di libertà: nessuno potrà mai dirmi che non posso farlo. Per cui scrivendo dico quello che voglio, quando voglio e se voglio.
Nel tuo caso costa più fatica osservare il suonato o il cantato?
Secondo me non si tratta di ossevare ma di ascoltare: sono dell'idea che la gente oggi ascolti poco, molto poco, quando in realtà dovrebbe fermarsi, chiudere gli occhi e ascoltare, e mi riallaccio alla domanda dicendo che è più difficile ascoltare (o osservare, usando un ottimo simbolo) il "suonato" perché nel "cantato" a volte basta fare un po' di attenzione ed arrivare ad una soluzione diretta. Il suonato invece è una questione di sensazione, di interpretazione e non si avrà mai la certezza che l'interpretazione di un suonato sia quella giusta, quella che l'autore vorrebbe darti ma sarà sempre personale. E' la formula che utilizzavano gli autori romantici per infondere le emozioni...
Quale stagione ti si addice?
Trovo del bello in tutte le stagioni, c'è sempre qualcosa da fare in maniera positiva. Ho notato che in genere siamo portati a lamentarci di ogni stagione favorendo sempre quella opposta: d'estate troppo caldo, d'inverno troppo freddo e via dicendo...
Dove ti possiamo vedere di frequente?
Su internet, nei locali a suonare, in giro per Bologna a cazzeggiare o in Calabria o, magari, se proprio la coincidenza sarà esagerata, mentre faccio la spesa al supermercato.
La società moderna può ritenersi complessiva o complessa?
La società moderna è complessivamente complessa. C'è un film che si chiama "I complessi", degli '60 se non sbaglio, credo che allora sia stato girato per descrivere un'eccezione della società, adesso più mi guardo intorno e più vedo protagonisti di quel film. Si potrebbe fare un sequel.
Quando ti approcci con qualcuno/a percepisci più prudenza o allarmismo?
L'approccio è un fatto naturale. Troviamo "approccio" dalla conoscenza al sesso, credo che siano i due estremi di questo termine. essere prudenti in un approccio vuol dire essere un po' falsi nei confronti di chi ti è di fronte, essere allarmisti vuol dire avere paura. Io nutro tranquillità e piacere nel conoscere gente nuova, poi ogni tanto dimentico i nomi quindi l'allarmismo mi si crea in quel caso per paura di fare una brutta figura...!
Vincenzo Calò
Cosa c'è da capire subito per vagare senza farsi male musicalmente parlando?
La musica è un percorso intrinseco in ognuno di noi: c'è sempre, volenti o nolenti, e ci accompagna in ogni fase della nostra vita. Non credo che ci si possa far del male musicalmente parlando perché noi siamo portati a scegliere quello che ci piace e portarlo avanti; ci lasciamo trasportare da una musica sempre presente ma che sotto sotto scegliamo noi, ci da sicurezza.
Credi che il sistema discografico non è perfetto perché si agisce più da "produttori di sé stessi" che da "autori per gli altri"?
Il sistema discografico funziona nel momento in cui un autore si mette a ragionare su sé stesso, sul messaggio che vuole dare e sulla forma migliore per fare arrivare questo messaggio. Inteso così il sistema discografico dipende dall'impostazione dell'artista. Se un cantautore si affida ad un produttore che decide per lui (cosa che avviene nelle "major"), deve avere la consapevolezza di farlo a suo rischio e pericolo perché un produttore può sapere le tecniche artistiche e comunicative ma se avrai fortuna sarà solo una gran botta di culo che ti farà fare successo per qualche settimana, se invece di mezzo c'è un apparato musicale che pone come principale obiettivo il messaggio e non il target, l'arte e non il successo, il "dare forma" e non il prodotto, allora, secondo me, uscirà fuori un bel lavoro.
Con la tua formazione artistica puoi essere libero di...?
Di tutto. Intanto credo di essere cantautore per me stesso. Il fatto di far ascoltare i miei brani alla gente deriva dalla necessità di dire la mia al "mondo", uno sfogo. Alla base resta il fatto che io scrivo perché la scrittura, che è un prodotto del pensiero, è la più grande forma di libertà: nessuno potrà mai dirmi che non posso farlo. Per cui scrivendo dico quello che voglio, quando voglio e se voglio.
Nel tuo caso costa più fatica osservare il suonato o il cantato?
Secondo me non si tratta di ossevare ma di ascoltare: sono dell'idea che la gente oggi ascolti poco, molto poco, quando in realtà dovrebbe fermarsi, chiudere gli occhi e ascoltare, e mi riallaccio alla domanda dicendo che è più difficile ascoltare (o osservare, usando un ottimo simbolo) il "suonato" perché nel "cantato" a volte basta fare un po' di attenzione ed arrivare ad una soluzione diretta. Il suonato invece è una questione di sensazione, di interpretazione e non si avrà mai la certezza che l'interpretazione di un suonato sia quella giusta, quella che l'autore vorrebbe darti ma sarà sempre personale. E' la formula che utilizzavano gli autori romantici per infondere le emozioni...
Quale stagione ti si addice?
Trovo del bello in tutte le stagioni, c'è sempre qualcosa da fare in maniera positiva. Ho notato che in genere siamo portati a lamentarci di ogni stagione favorendo sempre quella opposta: d'estate troppo caldo, d'inverno troppo freddo e via dicendo...
Dove ti possiamo vedere di frequente?
Su internet, nei locali a suonare, in giro per Bologna a cazzeggiare o in Calabria o, magari, se proprio la coincidenza sarà esagerata, mentre faccio la spesa al supermercato.
La società moderna può ritenersi complessiva o complessa?
La società moderna è complessivamente complessa. C'è un film che si chiama "I complessi", degli '60 se non sbaglio, credo che allora sia stato girato per descrivere un'eccezione della società, adesso più mi guardo intorno e più vedo protagonisti di quel film. Si potrebbe fare un sequel.
Quando ti approcci con qualcuno/a percepisci più prudenza o allarmismo?
L'approccio è un fatto naturale. Troviamo "approccio" dalla conoscenza al sesso, credo che siano i due estremi di questo termine. essere prudenti in un approccio vuol dire essere un po' falsi nei confronti di chi ti è di fronte, essere allarmisti vuol dire avere paura. Io nutro tranquillità e piacere nel conoscere gente nuova, poi ogni tanto dimentico i nomi quindi l'allarmismo mi si crea in quel caso per paura di fare una brutta figura...!
Vincenzo Calò
C.CONSOLI “Elettra”
C.CONSOLI “Elettra”
Carmen, da vissuta bottegaia, pare sempre più pervasa da pittoresche parentele e di conseguenza meno sondabile, ma comunque instancabile nel trattenere gli elementi delle sue origini molestate dal Tempo che passa, per il quale è indispensabile quell’abilità a inquadrarlo e collocarlo a seconda delle stagioni dell’Anima prosciugate dal sacrificio popolare, qui ammorbidito a allisciato con un modo di concepire la musica tra il tradizionale e il sofisticato, per i rituali di una perfidia con la quale invece è quasi divertente stabilire la superiorità di un sesso sull’altro in un’immagine di vita quotidiana ristretta alla reputazione. Luccica l’ingranaggio poetico sbattuto tra il dire e il fare di una voglia d’amare che richiede quel paio d’ali per allontanarsi dall’incapacità di ritrovare la sua sorgente divina. A differenza degli altri lavori l’ironia è più accentuata, con la dimestichezza nel sincronizzare la varietà degli strumenti a corda, facente leva sulla ritmica, essenziale per l’ispirazione poi scollegabile dall’intento di focalizzare come il giusto dal dovuto, e alla fine sfociante in una seduzione che lascia inerme almeno un senso d’inadeguatezza da rimproverare per destinazioni accolte senza che ci si appassioni. Le percussioni esagerano a non sovrastare l’interpretazione dell’autrice, agiata in conclusioni invincibili dacché immateriali, ma agitata dall’azzardo che non le vivacizza, per poi sciogliersi con l’apporto maturo dei fiati. Da quest’ultima osservazione puoi trarre l’indebolimento delle reminiscenze pop (sarà per questo che ora lei si affida spesso e volentieri a Tiziano Ferro?) quando c’è da mostrare la felicità che vorresti possedere, che attornia fino a ingoiare i protagonisti e svanire come sogno a causa della noncuranza della società moderna che ha perso di vista gli stereotipi, con l’aspetto mutante in qualcosa d’impensabile e di eternamente sovversivo.
Ponendo il problema del senso della Vita s’impediscono caos e vandalismi nel vuoto in palio fantasticando in eternità sulla verità non ancora del tutto confessata. Si giganteggia chiedendo scusa per troppo scoramento riportabile la legge della carità su arrivi e partenze avvertiti dando sfogo a ciò che resta dell’orgoglio di sperare ad una salvezza spirituale. Per farci perdonare degli errori scommettiamo ulteriormente sulla spontaneità nel promettere lo spegnimento di un rancore imprendibile in innumerevoli diritti da rivendicare, imbrogli da contenere in un gesto di coraggio rumoroso come un colpo di scena per garantire l’aggiornamento su fenomeni naturali in graduale attenuazione nel segno della Pace venerata in largo col vociare tortuoso di un mondo in pugno di ferro, non rimosso in superficie, dal tempo per monitorare delle patologie, messaggi in sospeso tra prigioni di sogno, di amanti abbandonati ad una botta in testa con le tradizioni, da rispettare sobriamente, di un puritanesimo segregato nel Destino dell’emozione partorita sempre dalla parte opposta alla consuetudine che riesci a ritrovare se ti raccogli in modestia, se non ti cali in alcun ruolo per un lancio in verticale. La soluzione, ch’è vicina se la pensi da lontano, serve il suo delirio all’energia intatta nella poesia presunta, trattenuta sul tema dell’accoglienza, durante le buone feste terrene per pregustare il sapore del crimine rimesso a posto in ammissione su acque stagnanti che non sai di toccare rispondendo con un sorriso alla cattiva dentatura che ci dedichiamo in cambi di proprietà elettiva.
Vincenzo Calò
voto: 8
(Universal)
Carmen, da vissuta bottegaia, pare sempre più pervasa da pittoresche parentele e di conseguenza meno sondabile, ma comunque instancabile nel trattenere gli elementi delle sue origini molestate dal Tempo che passa, per il quale è indispensabile quell’abilità a inquadrarlo e collocarlo a seconda delle stagioni dell’Anima prosciugate dal sacrificio popolare, qui ammorbidito a allisciato con un modo di concepire la musica tra il tradizionale e il sofisticato, per i rituali di una perfidia con la quale invece è quasi divertente stabilire la superiorità di un sesso sull’altro in un’immagine di vita quotidiana ristretta alla reputazione. Luccica l’ingranaggio poetico sbattuto tra il dire e il fare di una voglia d’amare che richiede quel paio d’ali per allontanarsi dall’incapacità di ritrovare la sua sorgente divina. A differenza degli altri lavori l’ironia è più accentuata, con la dimestichezza nel sincronizzare la varietà degli strumenti a corda, facente leva sulla ritmica, essenziale per l’ispirazione poi scollegabile dall’intento di focalizzare come il giusto dal dovuto, e alla fine sfociante in una seduzione che lascia inerme almeno un senso d’inadeguatezza da rimproverare per destinazioni accolte senza che ci si appassioni. Le percussioni esagerano a non sovrastare l’interpretazione dell’autrice, agiata in conclusioni invincibili dacché immateriali, ma agitata dall’azzardo che non le vivacizza, per poi sciogliersi con l’apporto maturo dei fiati. Da quest’ultima osservazione puoi trarre l’indebolimento delle reminiscenze pop (sarà per questo che ora lei si affida spesso e volentieri a Tiziano Ferro?) quando c’è da mostrare la felicità che vorresti possedere, che attornia fino a ingoiare i protagonisti e svanire come sogno a causa della noncuranza della società moderna che ha perso di vista gli stereotipi, con l’aspetto mutante in qualcosa d’impensabile e di eternamente sovversivo.
Ponendo il problema del senso della Vita s’impediscono caos e vandalismi nel vuoto in palio fantasticando in eternità sulla verità non ancora del tutto confessata. Si giganteggia chiedendo scusa per troppo scoramento riportabile la legge della carità su arrivi e partenze avvertiti dando sfogo a ciò che resta dell’orgoglio di sperare ad una salvezza spirituale. Per farci perdonare degli errori scommettiamo ulteriormente sulla spontaneità nel promettere lo spegnimento di un rancore imprendibile in innumerevoli diritti da rivendicare, imbrogli da contenere in un gesto di coraggio rumoroso come un colpo di scena per garantire l’aggiornamento su fenomeni naturali in graduale attenuazione nel segno della Pace venerata in largo col vociare tortuoso di un mondo in pugno di ferro, non rimosso in superficie, dal tempo per monitorare delle patologie, messaggi in sospeso tra prigioni di sogno, di amanti abbandonati ad una botta in testa con le tradizioni, da rispettare sobriamente, di un puritanesimo segregato nel Destino dell’emozione partorita sempre dalla parte opposta alla consuetudine che riesci a ritrovare se ti raccogli in modestia, se non ti cali in alcun ruolo per un lancio in verticale. La soluzione, ch’è vicina se la pensi da lontano, serve il suo delirio all’energia intatta nella poesia presunta, trattenuta sul tema dell’accoglienza, durante le buone feste terrene per pregustare il sapore del crimine rimesso a posto in ammissione su acque stagnanti che non sai di toccare rispondendo con un sorriso alla cattiva dentatura che ci dedichiamo in cambi di proprietà elettiva.
Vincenzo Calò
voto: 8
(Universal)
BAUSTELLE “I mistici dell’occidente”
BAUSTELLE “I mistici dell’occidente”
L’inconsulto è in agguato, con la sua aspettativa perennemente rilassata in una corrispondenza armonica ammassata nella coralità, priva di oltraggio, di voci mefistofeliche aggraziate dal sempiterno ultimo fiato che mantieni in corpo. Rock silenzioso, la cui essenza, a strappi di arrangiamento, miscela una temporaneità di luoghi e infrazioni suggestionali nell’aridità contestualizzata per un elogio pop, roteante su sé stesso, alla repulsione pigmentosa di Destini non collocabili in uno spazio piccolo, di microscopico sfacelo. Il sentimento, bandito, pone il limite alla follia pianta senza riconoscersi da moribondi erranti nella culla delle civiltà. La digressione sacrale in veste sonora e per conto proprio, strombazzato, ripone scatti alterni di una casualità fieristica nell’intatto rintocco del Tempo che strangola col gusto che ci vuole, operante in storie di una moralità desueta, allisciata cogli archi. Squilibrata avidità soffia sul viso di chi sta fermo, sull’orlo di una depressione medievale, a far cadere arringhe, di grintosa ripercussione, sull’insana concupiscenza attribuibile a dolori melanconici, quelli che rimettono a moto un’alternativa alla formazione culturale mai intrapresa sul serio, e che accoda i giovani al rimando occupazionale. La carezza del buonsenso,che presuppone lo stupro energetico, viene fronteggiata da mecenati di una comunicazione che non ha fortuna d’esistere, a ridosso di un incanto elementare sporcato da voli carnali, in atmosfere ritmicamente rincorse con l’inganno artistico che sbraita a destra e a manca.
Per non restare immobili, a distribuire regali, i guai a non crederti da un punto di vista pubblico, ricreiamo le condizioni di un debito resistendo agli affondi di una banalità emotiva che ci fornisce una capacità autonoma per risposare delle fortune disumane. Intimata una benedizione, si replica dicendo ch’è tutto in regola per simboleggiare il contatto diretto tra innocenti giustiziati intanto dal silenzio intrecciato per rimanere quegli che sono, col bisogno di avere nuovamente pazienza. Un ammasso di carne in moto tra competenza e gestione, per le voragini dell’Anima, sottostima il denaro che garantisce l’ammodernamento d’investimenti allungati a ribadire il sempre attuale vincolo assicurativo. Si vive in modo insostenibile, a creare un danno all’intero sistema richiesto in consegna da grandi saggi divenuti complicati in un fastidioso benessere. La fiducia nel lavoro che fanno è destinata alla cementificazione della delinquenza. Ti rialzi, pagato per le pulizie dei sorrisi mandati ai cadaverici inconcludenti che fanno finta di guardare da un’altra parte con la semplicità nel togliersi un dettaglio dalle difese organizzate per lo spazio dedicato all’approfondimento, per chi fa in tempo a voltarsi (essendo utile ad affiancarti). Contando come ingegno devi fare presto a disquisire di voli in cieli fantascientifici, a romanzare chiaramente sulle origini delle esigenze minime per cui si scommette sulla correttezza nel passaggio del testimone. Una nuova etica da glorificare ha a che vedere con l’Universo che ci dedichiamo, atteso con sincerità alla scadenza di una ragione sulle spalle per fare quello che si deve dare in una bolla d’aria, nelle definizioni di anno zero, mentre strutture vuote come l’assurdità fanno perno sul concetto di raziocinio.
Vincenzo Calò
voto: 8,5
(Warner)
L’inconsulto è in agguato, con la sua aspettativa perennemente rilassata in una corrispondenza armonica ammassata nella coralità, priva di oltraggio, di voci mefistofeliche aggraziate dal sempiterno ultimo fiato che mantieni in corpo. Rock silenzioso, la cui essenza, a strappi di arrangiamento, miscela una temporaneità di luoghi e infrazioni suggestionali nell’aridità contestualizzata per un elogio pop, roteante su sé stesso, alla repulsione pigmentosa di Destini non collocabili in uno spazio piccolo, di microscopico sfacelo. Il sentimento, bandito, pone il limite alla follia pianta senza riconoscersi da moribondi erranti nella culla delle civiltà. La digressione sacrale in veste sonora e per conto proprio, strombazzato, ripone scatti alterni di una casualità fieristica nell’intatto rintocco del Tempo che strangola col gusto che ci vuole, operante in storie di una moralità desueta, allisciata cogli archi. Squilibrata avidità soffia sul viso di chi sta fermo, sull’orlo di una depressione medievale, a far cadere arringhe, di grintosa ripercussione, sull’insana concupiscenza attribuibile a dolori melanconici, quelli che rimettono a moto un’alternativa alla formazione culturale mai intrapresa sul serio, e che accoda i giovani al rimando occupazionale. La carezza del buonsenso,che presuppone lo stupro energetico, viene fronteggiata da mecenati di una comunicazione che non ha fortuna d’esistere, a ridosso di un incanto elementare sporcato da voli carnali, in atmosfere ritmicamente rincorse con l’inganno artistico che sbraita a destra e a manca.
Per non restare immobili, a distribuire regali, i guai a non crederti da un punto di vista pubblico, ricreiamo le condizioni di un debito resistendo agli affondi di una banalità emotiva che ci fornisce una capacità autonoma per risposare delle fortune disumane. Intimata una benedizione, si replica dicendo ch’è tutto in regola per simboleggiare il contatto diretto tra innocenti giustiziati intanto dal silenzio intrecciato per rimanere quegli che sono, col bisogno di avere nuovamente pazienza. Un ammasso di carne in moto tra competenza e gestione, per le voragini dell’Anima, sottostima il denaro che garantisce l’ammodernamento d’investimenti allungati a ribadire il sempre attuale vincolo assicurativo. Si vive in modo insostenibile, a creare un danno all’intero sistema richiesto in consegna da grandi saggi divenuti complicati in un fastidioso benessere. La fiducia nel lavoro che fanno è destinata alla cementificazione della delinquenza. Ti rialzi, pagato per le pulizie dei sorrisi mandati ai cadaverici inconcludenti che fanno finta di guardare da un’altra parte con la semplicità nel togliersi un dettaglio dalle difese organizzate per lo spazio dedicato all’approfondimento, per chi fa in tempo a voltarsi (essendo utile ad affiancarti). Contando come ingegno devi fare presto a disquisire di voli in cieli fantascientifici, a romanzare chiaramente sulle origini delle esigenze minime per cui si scommette sulla correttezza nel passaggio del testimone. Una nuova etica da glorificare ha a che vedere con l’Universo che ci dedichiamo, atteso con sincerità alla scadenza di una ragione sulle spalle per fare quello che si deve dare in una bolla d’aria, nelle definizioni di anno zero, mentre strutture vuote come l’assurdità fanno perno sul concetto di raziocinio.
Vincenzo Calò
voto: 8,5
(Warner)
lunedì 4 aprile 2011
FAT SOUND AND PROGETTO ORB FOR DE FRANCO “Il Live”
FAT SOUND AND PROGETTO ORB FOR DE FRANCO “Il Live”
Tanto per capirci, s’è trattato di un piano per scrollare le coscienze dei cittadini (o quantomeno l’auspicio ch’essi ce l’abbiano) spodestato nel complesso da una partita di calcio della Juventus…di un’esibizione quasi del tutto improvvisata, per non smarrirsi in un unico lacerante punto di vista, tra l’hip-hop ammaliatore di giovani non aventi una cognizione di causa, meccanizzato con calcolato piglio tecnico dai Fat Sound, ed una band acustica assistita egregiamente dalla voce del leader, ma dalla partitura armonica fuori luogo dacché impercettibile l’effetto d’interesse diretto che dovrebbe invece suggestionare, ristretta ad un accorgimento: la temperatura che precipitava mentre tutt’attorno era uno stand-by per Progetto Orb, col tempo di piacersi che passava inavvertitamente, a folate di scirocco, su una piazza avara nei riguardi di un’idea chiara di fermentazione culturale, com’è la Umberto I di Francavilla Fontana (prov. di Brindisi). I primi, arrivati indifferenti e raggruppati su una base di un parlato rabbioso e trita-concetti ben distinta dalla consolle come finti dissociati che sanno gestirsi e movimentare per non lasciarsi contraddetti, sono stati interrotti sul più bello, causa la scarsa efficienza dell’alimentatore di corrente elettrica, ma nonostante ciò hanno proseguito fino a dichiarare di essere rimasti soddisfatti di un talento che incorporano, che basta un attimo per riconoscerlo, spiazzante. Lo speaker della serata dopo avere abboccato allo sberleffo di coloro che vanno a comodo per una società inaccertabile, esaurito il carisma in quel frangente, ha tentato di esaltare la valenza degli altri musicisti concentrati in un cantato non dissennato, raggiungibile di persona in persona per l’impegno di agire, per poi dare il meglio di sé a mezzanotte incitando tutti a partecipare ad un karaoke di stupefacente banalità, che ha rappresentato il clou. Il palco era la strada, che può significare l’ufficiosità di un’operazione credibile se non ti rassegnassi alle vicende di malavita locale, come se queste ostacolassero il perseguimento dell’onestà di un vivere mai casuale. La riabilitazione civile, per la quale si passa inosservati, sta a profilare una lunghezza insopportabile per un esaurimento nervoso che si dilegua troppo rapidamente nella faccia del criminale di turno. Si evince quindi quel senso di vergogna nella risatina popolana dall’alto dell’assoggettamento storico verso il basso dell’intelletto, come nella smorfia ironica del prevenuto, lui sì incapace in fondo di garantire la sopravvivenza per il coraggio di raccontarsi apertamente, ad intrattenere per una missione di benevolenza che presupponeva in tal caso un perfetto lavoro d’organizzazione, ma l’ideatore forse era troppo impegnato a scalciare in una memoria traditrice per quanto forti possano essere i sentimenti di ribellione e veritieri i contenziosi da saldare, insalvabili. Per rompere gl’indugi egli s’era invece intestardito a distribuire la motivazione in manifesto dell’iniziativa a chi gli capitasse a tiro, senza ripari e segreti, frapponendo alla vigilia delle celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia il tema delle responsabilità assunte dai potenti di quel contesto per una regia maliziosa fino all’illegalità culminata con l’abuso, stimato piuttosto che denunciato in un mix di protagonismo e vittimismo dimenticabile facilmente, sui figli di una doverosità moralmente priva d’orientamento. Ma purtroppo il clamore di una sentenza viene valutato solo politicamente, per una necessità meritoria che non segna il limite della decenza, accentuando l’ipocrisia del prendersi carico di una sorte oscura che ti secca l’Anima. Per la richiesta di fare la differenza emergenziale ci sarebbe voluta una sferzata d’orgoglio sulla quale scommettere di riuscire ad alterare la vaghezza di un sabato sera, ma è costato già tanto il compenso economico per i realizzatori, da cui puoi trarre il beneficio che non ti permette di scappare via dalla speranza di far succedere di colpo un’inquadratura pacifica dello stare insieme, per schierarsi dalla parte del sacrificio stando alle parole proprie e avendo un supporto d’ammettere prima o poi pubblicamente, con la difficoltà di fare domande allo stato attuale delle cose, come se fossi là apposta per proteggerti dalla volontà d’essere guidati per una filosofia ancora da guadagnare, dai bersagli che non sono in vista perché il primo a guadagnare è l’ultimo a giudicare una sensibilità stancante per quanto sia dura solleticare il can che abbaia. Vieni sminuito per la paura di decidere sul Futuro, scambiata per il ruolo di mediatore che ti convince circa l’illusione di essere il migliore, alla conferma di una pena travolgibile dagli scenari fluidi impostati per una solidità affaristica influente da locali e pub nelle vicinanze.
voto: 5
Vincenzo Calò
Tanto per capirci, s’è trattato di un piano per scrollare le coscienze dei cittadini (o quantomeno l’auspicio ch’essi ce l’abbiano) spodestato nel complesso da una partita di calcio della Juventus…di un’esibizione quasi del tutto improvvisata, per non smarrirsi in un unico lacerante punto di vista, tra l’hip-hop ammaliatore di giovani non aventi una cognizione di causa, meccanizzato con calcolato piglio tecnico dai Fat Sound, ed una band acustica assistita egregiamente dalla voce del leader, ma dalla partitura armonica fuori luogo dacché impercettibile l’effetto d’interesse diretto che dovrebbe invece suggestionare, ristretta ad un accorgimento: la temperatura che precipitava mentre tutt’attorno era uno stand-by per Progetto Orb, col tempo di piacersi che passava inavvertitamente, a folate di scirocco, su una piazza avara nei riguardi di un’idea chiara di fermentazione culturale, com’è la Umberto I di Francavilla Fontana (prov. di Brindisi). I primi, arrivati indifferenti e raggruppati su una base di un parlato rabbioso e trita-concetti ben distinta dalla consolle come finti dissociati che sanno gestirsi e movimentare per non lasciarsi contraddetti, sono stati interrotti sul più bello, causa la scarsa efficienza dell’alimentatore di corrente elettrica, ma nonostante ciò hanno proseguito fino a dichiarare di essere rimasti soddisfatti di un talento che incorporano, che basta un attimo per riconoscerlo, spiazzante. Lo speaker della serata dopo avere abboccato allo sberleffo di coloro che vanno a comodo per una società inaccertabile, esaurito il carisma in quel frangente, ha tentato di esaltare la valenza degli altri musicisti concentrati in un cantato non dissennato, raggiungibile di persona in persona per l’impegno di agire, per poi dare il meglio di sé a mezzanotte incitando tutti a partecipare ad un karaoke di stupefacente banalità, che ha rappresentato il clou. Il palco era la strada, che può significare l’ufficiosità di un’operazione credibile se non ti rassegnassi alle vicende di malavita locale, come se queste ostacolassero il perseguimento dell’onestà di un vivere mai casuale. La riabilitazione civile, per la quale si passa inosservati, sta a profilare una lunghezza insopportabile per un esaurimento nervoso che si dilegua troppo rapidamente nella faccia del criminale di turno. Si evince quindi quel senso di vergogna nella risatina popolana dall’alto dell’assoggettamento storico verso il basso dell’intelletto, come nella smorfia ironica del prevenuto, lui sì incapace in fondo di garantire la sopravvivenza per il coraggio di raccontarsi apertamente, ad intrattenere per una missione di benevolenza che presupponeva in tal caso un perfetto lavoro d’organizzazione, ma l’ideatore forse era troppo impegnato a scalciare in una memoria traditrice per quanto forti possano essere i sentimenti di ribellione e veritieri i contenziosi da saldare, insalvabili. Per rompere gl’indugi egli s’era invece intestardito a distribuire la motivazione in manifesto dell’iniziativa a chi gli capitasse a tiro, senza ripari e segreti, frapponendo alla vigilia delle celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia il tema delle responsabilità assunte dai potenti di quel contesto per una regia maliziosa fino all’illegalità culminata con l’abuso, stimato piuttosto che denunciato in un mix di protagonismo e vittimismo dimenticabile facilmente, sui figli di una doverosità moralmente priva d’orientamento. Ma purtroppo il clamore di una sentenza viene valutato solo politicamente, per una necessità meritoria che non segna il limite della decenza, accentuando l’ipocrisia del prendersi carico di una sorte oscura che ti secca l’Anima. Per la richiesta di fare la differenza emergenziale ci sarebbe voluta una sferzata d’orgoglio sulla quale scommettere di riuscire ad alterare la vaghezza di un sabato sera, ma è costato già tanto il compenso economico per i realizzatori, da cui puoi trarre il beneficio che non ti permette di scappare via dalla speranza di far succedere di colpo un’inquadratura pacifica dello stare insieme, per schierarsi dalla parte del sacrificio stando alle parole proprie e avendo un supporto d’ammettere prima o poi pubblicamente, con la difficoltà di fare domande allo stato attuale delle cose, come se fossi là apposta per proteggerti dalla volontà d’essere guidati per una filosofia ancora da guadagnare, dai bersagli che non sono in vista perché il primo a guadagnare è l’ultimo a giudicare una sensibilità stancante per quanto sia dura solleticare il can che abbaia. Vieni sminuito per la paura di decidere sul Futuro, scambiata per il ruolo di mediatore che ti convince circa l’illusione di essere il migliore, alla conferma di una pena travolgibile dagli scenari fluidi impostati per una solidità affaristica influente da locali e pub nelle vicinanze.
voto: 5
Vincenzo Calò
LITFIBA “Sogno ribelle”

LITFIBA
“Sogno Ribelle”
(Warner)
Rimbrotti di un anticonformismo esercitato pur costretti poi a tornare indietro, dandoci dentro con chitarre di uno stimolo rockeggiante, tastiere dallo stile anni ’80 e percussioni d’irremovibile persuasione che non si confondono fornendo così luce alla voce grossolana, da scaricabarile, di Piero Pelù che se la spassa tra le sue prime hit col suo assistente fidato, Ghigo Renzulli. Brani riarrangiati in una versione più o meno live, senza togliersi di dosso sconvolgimenti direzionali, rimanendo quindi selvaggi al punto di ridere e scherzare su come si finisce male, in un periodo malinconico a proliferare per volontà di meteoropatico richiedente una soluzione esotica immaginata come positività retrograda ma spiazzante quel senso di noia urbana posseduta per forza di volgare sfarzo e in modo irreprensibile, impossibile da ritrarre perché in fondo s’è imprendibili scacciapensieri che mirano ad una visione armonica d’ideali, colorata dalla presenza indissolubile di spiriti maligni, per una legge impronunciabile dacché seguitata da servi benedetti nel nome di un’ipocrisia ricoperta di passioni morte come indiani e banditi ch’erano fieri di proseguire per stravolgimenti, serializzati privi di un carisma pur avendolo, ma che non credevi fosse perentorio fino a rendere amara la descrizione di una condizione reverenziale nel disaccordo comune, nel lavoro quotidiano di tendere alla fine del giorno una smania classistica di pubblico impiego come di privata persecuzione. E’ naturale la frenesia per gesti che ponderano la solitudine clemente, atmosferica, risuonante per chi è adibito a trattenere una palpitazione trascendentale da cartone animato. Nei meandri di un pensiero incollabile i Litfiba issano l’asta della perspicacia più controproducente, data la sistematica e materiale riunione di popoli falcidiati da scopi irriguardosi, con un rigurgito intenzionale ch’esige ampiezza, correggibile se si è liberi di espatriare per lasciare un segno sulla propria pelle, invece d’essere imprigionati in animali addomesticati, fino a tacere.
Segui una corrente d’aria non sapendo cosa pensare, come fare un dono che rappresenti la Terra, per immaginare ciò che si vuole con una prontezza di riflessi in eterna fase di costruzione, nel tempo di agitarsi non conoscendo effettivamente la gravità di un problema, di un bene da chiarire come portatori d’interessi sovraesposti per poi ritenersi inopportuni. Dal generale al particolare nulla osta alla nostra realizzazione, nemmeno gli eventi da sistemare in un unico soggetto di materia insistente sulle incomprensioni. Passo silenziosamente davanti a te, con le manifestazioni di follia dell’uomo che si ripete per non mancare come l’acqua all’individuazione dei comportamenti per avere il benché minimo riscontro positivo sulla parzialità dei dati prospettici a livello ambientale. La scelta di utilizzarti in un mercato come combustibile è indipendente per quanto si cresce tanto per essere soggetti a manovre di chiusura. Levati dall’emotività, provoco la tua pressione, un piacere tanto per rilassarsi in lavori di distinguo da fare col cervello che non trova comodità per dichiarazioni di residenza rassicuranti, nell’assunzione seria dell’impegno di beccarsi una pena formalmente espressa, considerata ad alta pericolosità dato l’intervento sui propri diritti che determina gli elementi per chiedere di valutare un mistero in virtù del progresso integrabile al filo della chimica, sopra il quale uomini di completamento si arrangiano interloquendo in lingua madre cogli alimenti sottobanco, abituati dalla criticità del Passato, di un diniego da forzare per poter essere presi in società come un carico di arrivi e partenze da gestire senza lasciarsi pregare più di tanto di presentarsi come numeri alla ridistribuzione equa del dire, con la sintesi dell’eccedere, a fare battute secondo un parere non appassionato alla coerenza di Pensiero convenuta sul piano tecnico per documenti da riprodurre nell’invito a star sotto le leggi della Natura con una strategia politica, una professione in prestito alternativa a qualsivoglia punto di riferimento, al fatto di appartarsi.
voto: 8/10
Vincenzo Calò
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